Inizia nel ‘800 sulle sponde del Lario, la saga dei Riva, su quel lago manzoniano che ospita da secoli grandi maestri d’ascia e abili carpentieri sia navali che edili, autori delle più belle e ardite opere del medioevo.
I maestri comacini erano molto abili nel costruire barche da pesca, ma tuttavia risultavano poco esperti nella realizzazione di quelle da diporto.
Per questa ragione chiamarono in aiuto i carpentieri veneziani, portando con loro oltre all’arte, la grazia e la raffinatezza.
Agli inizi dell’800 comparvero sul lago anche i turisti inglesi con loro le cosiddette “inglesine”: classiche ed eleganti barche da diporto.
Carlo Riva ricorda come fosse ieri la straordinaria abilità di “Giuspi” (Giuseppe Piantoni uno dei vari operai del padre Serafino) nell’assemblare il fasciame dei tipici canotti. Nel 1860 nacque il piccolo cantiere in località “Lazzarini”. Nel 1878 il cantiere venne trasferito a circa 1500 metri a nord sulla sponda destra del lago d’Iseo e proprio qui trovò terreno fertile lo sviluppo della meccanica anche nel settore nautico.
Serafino Riva vestirà la duplice veste di costruttore di fuoribordo, sempre più sofisticati, e di pilota degli stessi, con i quali parteciperà a gran parte delle competizioni nazionali ed estere.
Il successo inizia già nel 1950, testimoniato dalla vendita di 54 barche, tra cui il modello più bello, il BM disegno 55, cioè l’Ariston. Così si arrivava a cavallo agli anni ‘60. Si costruisce il mito Riva.
Attraverso un viaggio lungo 31 tavole realizzate in smalto ceramica Pino Criminelli ha voluto raccontare la storia dei Riva. L’effetto brillante di questi lavori fanno toccare quasi con mano quella che fu la preziosità delle lavorazioni e il contrasto lucicante tra il legno e il metallo cromato, che resero unici nella loro specie questi motoscafi.
“Una collezione unica in Italia e forse nel mondo: sono i 28 dipinti delle imbarcazioni vincitrici le edizioni della Copa America dal 1851 al 2000 realizzati dall’artista PINO Criminelli nel corso di lunghi anni di studio e lavoro, a questi si aggiunge la quadreria di tutte le barche italiane che dal 1982 ad oggi hanno partecipato alla famosa regata e cioè Azzurra, Italia II, il moro di Venezia, Luna Rossa e Mascalzone Latino. ( … )“ Articolo di Nautica del febbraio 2003
Olin Stephens il mito, lo yacht designer che con i suoi progetti ha fatto sognare intere generazioni.
In questa collezione sono state scelte alcune delle barche più rappresentative progettate da Olin Stephens dal 1930 al 1980.
Descrivere e riassumere l’attività di Olin Stephens in poche righe è impossibile: migliaia di disegni sono usciti dalla sua matita e altrettante barche vincenti sono frutto del suo genio.
Ha le sue spalle mezzo secolo di successi, ma il più grande fu quello di aver contribuito a ben sei vittorie dei defenders in coppa America. Iniziò nel 1937 con il possente Ranger per poi passare ai 12 metri Columbia del 1958, Intrepid del 1967, Corageus del 1974 e Freedom del 1980. Il periodo più intenso di creazioni fu quello dal 1950 al 1980, in tutta la sua carriera può contare oltre 2500 progetti.
La verità è spesso un’illusione e l’estrema precisione è solo apparente. A prima vista i miei ritratti sembrerebbero copie perfettamente uguali all’originale ma non è proprio così. sarebbe estremamente semplice fare una bella foto ritagliarla ed incollarla su di un pezzo di legno o altro.
Il ritratto è sempre un’interpretazione, scopo dei lavori è creare un impatto equivalente all’emozione provata la prima volta che sia entrata in contatto visivo con il soggetto. Ecco quindi che subentra la capacità artistica. Ogni soggetto ha dei punti cardinali che stimolano i nostri sensi nell’esecuzione, pur rimanendo fedelissimi al soggetto vi saranno parti o volumi che andranno esaltati con i colori e le sfumature più di altri, lo spessore delle linee di galleggiamento nelle proporzioni esatte e lo stesso colore potrebbero sembrare una trave e lo scavo perderebbe slancio ed ecco quindi che con le sfumature se ne addolcirà la presenza senza alterare la verità. E poi gli oblò che a seconda dell’esecuzione possono dare più durezza e forza oppure delicatezza e leggerezza a seconda del soggetto al quale appartengono.
Il quadro è la sensazione amplificata del ricordo importante la somiglianza a volte ci sono differenze che sfuggono ma contano.
Tutto questo poi è concentrato in pochi centimetri di spazio.
Sono stati i lunghi soggiorni trascorsi a New York agli inizi degli anni 60 a seminare quello che Pino considerava il suo senso dell’arte.
Non ci fu soltanto la collaborazione con l’agenzia pubblicitaria Young and Rubicam, ma soprattutto il grande fermento artistico che rendeva New York il centro del mondo; la pop art aveva aperto nuove frontiere nella rappresentazione artistica, frequentare le numerose gallerie, confrontarsi con gli artisti che vi esponevano, fu un'esperienza folgorante per un ragazzo/artista allora ventenne, affamato di conoscenza e in cerca di sperimentazione.
In tutta la sua lunga e multiforme produzione, ovunque troviamo traccia di quel periodo, di quell'arte che attingendo dal mondo pubblicitario e fumettistico sfidava la tradizione delle belle arti, così vent’anni dopo nella sua collezione di tele “BITTE” quella pop art ritorna, riaffiorano le lunghe chiacchierate alla Galleria Castelli con Roy Lichtenstein.
I colori si fanno pieni, saturi, i contorni sono marcati e ben definiti, il modo di dipingere la barca a vela assume confini diversi. Gli oggetti comuni si ingrandiscono, i colori non sono più realistici e le forme acquistano forza e importanza; escono dai contorni dell’immagine e ci ricordano che esistono. È un mondo surreale, quasi pubblicitario.
La sperimentazione è sempre stato un punto nevralgico della sua produzione artistica, sperimentare con la materia, con il colore, con le tecniche era per Pino fondamentale per poter esprimersi ed in questo la tecnica dell’aerografo è stata una parte importante, usata non solo su carta ma anche nell’elaborazione dei legni, cosi' come nella realizzazione di alcune scritte armatoriali e nella grafica industriale.
Una tecnica a lungo studiata soprattutto sperimentata da autodidatta ispirandosi ad artisti come Hajime Sorayama, Guerrino Boatto e molti altri iperrealisti.
La serie delle conchiglie è forse la massima espressione di questa tecnica: la sperimentazione del colore non si è fatta però attendere e così come in altre opere, il colore prende il sopravvento e le conchiglie diventano irreali, sembrano provenire da mondi fantastici il loro volume le rende morbide sinuose, guardandole non sono più ciò che sono.
La verità è spesso un’illusione e l’estrema precisione è solo apparente. A prima vista i miei ritratti sembrerebbero copie perfettamente uguali all’originale ma non è proprio così. sarebbe estremamente semplice fare una bella foto ritagliarla ed incollarla su di un pezzo di legno o altro.
Il ritratto è sempre un’interpretazione, scopo dei lavori è creare un impatto equivalente all’emozione provata la prima volta che sia entrata in contatto visivo con il soggetto. Ecco quindi che subentra la capacità artistica. Ogni soggetto ha dei punti cardinali che stimolano i nostri sensi nell’esecuzione, pur rimanendo fedelissimi al soggetto vi saranno parti o volumi che andranno esaltati con i colori e le sfumature più di altri, lo spessore delle linee di galleggiamento nelle proporzioni esatte e lo stesso colore potrebbero sembrare una trave e lo scavo perderebbe slancio ed ecco quindi che con le sfumature se ne addolcirà la presenza senza alterare la verità. E poi gli oblò che a seconda dell’esecuzione possono dare più durezza e forza oppure delicatezza e leggerezza a seconda del soggetto al quale appartengono.
Il quadro è la sensazione amplificata del ricordo importante la somiglianza a volte ci sono differenze che sfuggono ma contano. Tutto questo poi è concentrato in pochi centimetri di spazio.
Fino alla fine degli anni 80, le scritte armatoriali, che fossero per grandi o piccoli yacht non erano prese in grande considerazione; spesso i cantieri usavano il vinile o la vernice per targare le imbarcazioni, usando il classico carattere Helvetico o a bastoni, la stessa modalità veniva usata per la scritta armatoriale, oppure in alternativa si potevano acquistare nei negozi specializzati di nautica delle lettere sfuse in plastica, a volte dorate o nel migliore dei casi in acciaio, che venivano avvitate sulle poppe.
La storia delle scritte amatoriali nasce proprio da questa premessa, Piero Criminelli, che ha sempre avuto una gran passione per la grafica pubblicitaria e che in passato aveva collaborato per la realizzazione di alcune font, propose a Dino Guerritore (grande amico e fondatore dei cantieri nautici Canados) di invertire questa tendenza che riteneva svilente nei confronti delle imbarcazioni, soprattutto se di prestigio. Per Pino il nome rappresentava una vera e propria identità, un carattere ben preciso che l’armatore dava alla sua imbarcazione.
Fu così che nacque una lunga collaborazione con Guerritore, sinergia che ebbe un grande successo non solo fra gli armatori, ma che si espanse ad altri cantieri nautici, uno su tutti con Carlo Marchiolo fondatore dei cantieri Tornado, la loro lunga collaborazione diede vita anche ad Off Shore per gare internazionali di cui Pino curò l’intera grafica.
Fino alla fine degli anni 80, le scritte armatoriali, che fossero per grandi o piccoli yacht non erano prese in grande considerazione; spesso i cantieri usavano il vinile o la vernice per targare le imbarcazioni, usando il classico carattere Helvetico o a bastoni, la stessa modalità veniva usata per la scritta armatoriale, oppure in alternativa si potevano acquistare nei negozi specializzati di nautica delle lettere sfuse in plastica, a volte dorate o nel migliore dei casi in acciaio, che venivano avvitate sulle poppe.
La storia delle scritte amatoriali nasce proprio da questa premessa, Piero Criminelli, che ha sempre avuto una gran passione per la grafica pubblicitaria e che in passato aveva collaborato per la realizzazione di alcune font, propose a Dino Guerritore (grande amico e fondatore dei cantieri nautici Canados) di invertire questa tendenza che riteneva svilente nei confronti delle imbarcazioni, soprattutto se di prestigio. Per Pino il nome rappresentava una vera e propria identità, un carattere ben preciso che l’armatore dava alla sua imbarcazione.
Fu così che nacque una lunga collaborazione con Guerritore, sinergia che ebbe un grande successo non solo fra gli armatori, ma che si espanse ad altri cantieri nautici, uno su tutti con Carlo Marchiolo fondatore dei cantieri Tornado, la loro lunga collaborazione diede vita anche ad Off Shore per gare internazionali di cui Pino curò l’intera grafica.
Fino alla fine degli anni 80, le scritte armatoriali, che fossero per grandi o piccoli yacht non erano prese in grande considerazione; spesso i cantieri usavano il vinile o la vernice per targare le imbarcazioni, usando il classico carattere Helvetico o a bastoni, la stessa modalità veniva usata per la scritta armatoriale, oppure in alternativa si potevano acquistare nei negozi specializzati di nautica delle lettere sfuse in plastica, a volte dorate o nel migliore dei casi in acciaio, che venivano avvitate sulle poppe.
La storia delle scritte amatoriali nasce proprio da questa premessa, Piero Criminelli, che ha sempre avuto una gran passione per la grafica pubblicitaria e che in passato aveva collaborato per la realizzazione di alcune font, propose a Dino Guerritore (grande amico e fondatore dei cantieri nautici Canados) di invertire questa tendenza che riteneva svilente nei confronti delle imbarcazioni, soprattutto se di prestigio. Per Pino il nome rappresentava una vera e propria identità, un carattere ben preciso che l’armatore dava alla sua imbarcazione.
Fu così che nacque una lunga collaborazione con Guerritore, sinergia che ebbe un grande successo non solo fra gli armatori, ma che si espanse ad altri cantieri nautici, uno su tutti con Carlo Marchiolo fondatore dei cantieri Tornado, la loro lunga collaborazione diede vita anche ad Off Shore per gare internazionali di cui Pino curò l’intera grafica.
Fino alla fine degli anni 80, le scritte armatoriali, che fossero per grandi o piccoli yacht non erano prese in grande considerazione; spesso i cantieri usavano il vinile o la vernice per targare le imbarcazioni, usando il classico carattere Helvetico o a bastoni, la stessa modalità veniva usata per la scritta armatoriale, oppure in alternativa si potevano acquistare nei negozi specializzati di nautica delle lettere sfuse in plastica, a volte dorate o nel migliore dei casi in acciaio, che venivano avvitate sulle poppe.
La storia delle scritte amatoriali nasce proprio da questa premessa, Piero Criminelli, che ha sempre avuto una gran passione per la grafica pubblicitaria e che in passato aveva collaborato per la realizzazione di alcune font, propose a Dino Guerritore (grande amico e fondatore dei cantieri nautici Canados) di invertire questa tendenza che riteneva svilente nei confronti delle imbarcazioni, soprattutto se di prestigio. Per Pino il nome rappresentava una vera e propria identità, un carattere ben preciso che l’armatore dava alla sua imbarcazione.
Fu così che nacque una lunga collaborazione con Guerritore, sinergia che ebbe un grande successo non solo fra gli armatori, ma che si espanse ad altri cantieri nautici, uno su tutti con Carlo Marchiolo fondatore dei cantieri Tornado, la loro lunga collaborazione diede vita anche ad Off Shore per gare internazionali di cui Pino curò l’intera grafica.
Fino alla fine degli anni 80, le scritte armatoriali, che fossero per grandi o piccoli yacht non erano prese in grande considerazione; spesso i cantieri usavano il vinile o la vernice per targare le imbarcazioni, usando il classico carattere Helvetico o a bastoni, la stessa modalità veniva usata per la scritta armatoriale, oppure in alternativa si potevano acquistare nei negozi specializzati di nautica delle lettere sfuse in plastica, a volte dorate o nel migliore dei casi in acciaio, che venivano avvitate sulle poppe.
La storia delle scritte amatoriali nasce proprio da questa premessa, Piero Criminelli, che ha sempre avuto una gran passione per la grafica pubblicitaria e che in passato aveva collaborato per la realizzazione di alcune font, propose a Dino Guerritore (grande amico e fondatore dei cantieri nautici Canados) di invertire questa tendenza che riteneva svilente nei confronti delle imbarcazioni, soprattutto se di prestigio. Per Pino il nome rappresentava una vera e propria identità, un carattere ben preciso che l’armatore dava alla sua imbarcazione.
Fu così che nacque una lunga collaborazione con Guerritore, sinergia che ebbe un grande successo non solo fra gli armatori, ma che si espanse ad altri cantieri nautici, uno su tutti con Carlo Marchiolo fondatore dei cantieri Tornado, la loro lunga collaborazione diede vita anche ad Off Shore per gare internazionali di cui Pino curò l’intera grafica.
Scritte Armatoriali | Cantieri Tornado
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